INTRODUZIONE
di Sauro Gelichi
Sono trascorsi più di dieci anni da quando, casualmente, venni in contatto con i primi scarti di fornace cesenati. Mi occupavo, in quei tempi, del le ingobbiate padane (avevo scavato una discarica di graffite rinascimentali a San Giovanni in Persiceto, stavo schedando le "graffite arcaiche padane" dei Musei Civici Riminesi e, nel contempo, lavoravo anche all'individuazione delle prime importazioni veneziane in quelle aree) e l'insospettata scoperta venne prontamente inserita in un articolo di ampio respiro su queste tipologie. I pochi frammenti recuperati a seguito di uno dei tanti sterri che hanno invasivamente danneggiato il patrimonio post classico di quella città, vennero interpretati per quello che effettivamente erano: una ulteriore testimonianza della vitalità e della ricchezza dei centri romagnoli nella produzione delle ceramiche tardo-medioevali.
Solo verso la fine degli anni '80, e a seguito di una paziente opera di convincimento da parte di alcuni studiosi ed appassionati locali, tornai ad occuparmi di Cesena: seguii, come funzionario della Soprintendenza Archeologica di Bologna, alcuni interventi ancora in ambito urbano e, soprattutto, mi preoccupai di sollecitare una maggiore attenzione verso le testimonianze post classiche di quella città. La difficoltà a costruire, in sede locale, gli strumenti per una incisiva opera di salvaguardia dei depositi medievali, non doveva invitare ad una completa rinuncia: se non si potevano recuperare, nella loro integrità formativa, i contesti archeologici, si sarebbero perlomeno salvate alcune testimonianze, più o meno pregevoli, del suo passato.
Non vi è dubbio che il rilievo delle produzioni faentine e, soprattutto, l'investimento dei ricercatori nella valorizzazione della propria ceramica, hanno rappresentato un motivo non secondario nel relegare sullo sfondo la complessità di fenomeni, come quello delle maioliche romagnole, all'interno del quale va inserito anche il caso cesenate. Senza voler compiere l'opposto errore di demonizzare oggi quello che si è esaltato ieri, la storia della ceramica romagnola necessita comunque di una rivisitazione critica finalmente esente da campanilismi e forzature. Tutto questo nell'interesse di ridare spessore qualitativo e quantitativo ad una produzione divenuta sovente un contenitore senza confini né caratterizzazioni, ma soprattutto nell'ottica di comprendere finalmente quali sono stati i meccanismi, economici e sociali, che hanno aiutato a creare il " caso faentino", uno tra i primi centri italiani post medievali a muoversi verso la costruzione di un mercato internazionale.
Ma la produzione del resto della regione (che ha una sua storia anche prima dell'esplosione di Faenza, ben più tarda di quanto si ammette), non può né deve essere letta e studiata solo in relazione alla fortuna o al valore di quella, ma casoami essere ricondotta all'interno dei fenomeni che hanno come punti di riferimento le grandi trasformazioni tecnologiche e tipologiche della penisola (l'origine della maiolica, l'introduzione della ingobbiatura, i rinnovamenti dei nuovi tipi rinascimentali etc.). Solo in questa maniera si riusciranno a disvelare , finalmente, le analogie e le diversità (che pure in un'area sufficientemente omogenea sembrano esserci, come proprio il caso cesenate qui discusso dimostra) e, nel contempo, verificare in quali forme e attraverso quali tempi quei grandi processi innovativi (sul piano dei saperi tecnici e del gusto) si sono relazionati con questi territori.
Cesena ha avuto una alterna fortuna nella critica ceramologica: per quanto sia stato uno tra i primi centri ad essere sottoposto al vaglio critico di Grigioni (che, agli inizi del secolo, ne aveva analizzato le fonti scritte), il ruolo di questa città nell'ambito delle produzioni ceramiche post-classiche è stato ben presto dimenticato. Fino agli anni '80 (ma ne abbiamo parlato più estesamente nel primo paragrafo) non un solo frammento di ceramica tardo medievale era noto: Cesena si trovava nella curiosa situazione che non erano delle opere a reclamare una paternità, bensì dei ceramisti, di cui spesso si riconoscevano interi alberghi genealogici (e talvolta anche il periodo di attività), a rimanere senza opere. Questo volume intende porre rimedio, almeno parzialmente, a questa situazione: e lo fa cercando di analizzare il fenomeno a partire dalle sue più antiche attestazioni, cioè dal XIV secolo. Il lettore potrà rimanere sorpreso di questa scelta, che tuttavia discende esclusivamente dal grado di conservazione delle fonti archeologiche, che prima di quel periodo sono, al momento, molto modeste: piuttosto che estendere anche a Cesena quanto noto per altre aree, o cercare di formulare considerazioni sugli scarsi dati a disposizione, abbiamo creduto che fosse più corretto rinviare ad altro momento il nostro approccio critico a tali tematiche.
La documentazione, invece, cominciava farsi relativamente consistente per le prime produzioni (fabbricate anche localmente) di ceramiche rivestite (smaltate e ingobbiate). In particolare un casuale rinvenimento di scarti di fornace di "maioliche arcaiche" (quello delle Benedettine), poteva costituire un buon test per un primo approccio (qualitativo e quantitativo) a queste tematiche. Nel frattempo si era scavata anche una fornace, benché non contemporanea, come ci si aspettava, a quegli scarti. Infine si potevano recuperare, ad un approfondimento critico maggiore, alcune "maioliche arcaiche" sequestrate agli inizi degli anni '80 nel territorio cesenate (e mai compiutamente pubblicate) : si poteva dunque costruire un primo quadro sufficientemente ampio (anche se non completo) delle prime produzioni rivestite cesenati bassomedievali (le "graffite arcaiche padane", di cui peraltro si erano pubblicati alcuni scarti, non sono ancora attestate con una documentazione altrettanto esauriente).
Il centro del nostro lavoro è stato dunque l'analisi del contesto delle Benedettine e, in subordine, quello di Sorrivoli: durante lo studio ci siamo resi conto che i due contesti, diversi per formazione e natura, potevano tuttavia dirsi contemporanei e rendevano conto di un particolare momento della produzione più antica di maiolica cesenate, con forti elementi di analogia tra di loro.
Nel frattempo nuovi ritrovamenti, di cui non abbiamo potuto tenere conto se non in forma molto marginale, ci aiutavano a disegnare la fisionomia della produzione in una fase leggermente anteriore.
Come ci si poteva aspettare questo volume non rappresenta la sintesi sulla ceramica a Cesena nel tardo medioevo e nel rinascimento (per quanto a questi temi siano state dedicate numerose pagine), ma un primo tentativo per restituire alla città il ruolo che le compete in questo specifico settore dell'artigianato tardo medievale: un abbozzo di temi e problemi (ed una prima messe abbondante di dati) che se non altro restituiscono alla conoscenza della critica un panorama che si è rivelato di considerevole interesse documentario.
Naturalmente sento il dovere di ringraziare, anche a nome dei miei collaboratori, quanti hanno creduto in questa iniziativa: innanzitutto l'arch. Orioli che ha accolto il nostro suggerimento con entusiasmo ed interesse; il Rotary Club e la Banca Popolare dell'Emilia Romagna - Fondazione Banca Popolare di Cesena che hanno trovato le risorse economiche per sostenerlo; l'Amministrazione Comunale che finanziò una prima fase della schedatura; la Soprintendenza Archeologica dell'Emilia Romagna che ha favorito, in ogni fase della ricerca, l'accesso ai materiali; gli amici cesenati che, negli anni, hanno dedicato tempo e passione affinché questo patrimonio non andasse disperso; infine l'Editore che si è trovato di fronte un'opera specialistica insolita e un coordinatore forse un po' troppo esigente, ma la cui pazienza è stata pari alla qualità dei risultati raggiunti.